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OCCUPARE IL CENTRO

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OCCUPARE IL CENTRO

E’ fondata convinzione che anche in Italia, la proposta di un”centro che si muova dinamicamente” sia una risposta adeguata nei confronti della questione politica.

La “dinamicità” contro la “stagnazione”; essere ”dentro” l’evoluzione” delle società contro “l’arroccarsi” dentro le vecchie analisi e sociologie, i “vecchi mondi”, la destra e la sinistra, con le battaglie di retroguardia; la “reciproca fecondazione” tra culture contro la “chiusura” nei recinti di culture superate.

Comprendere il significato della coniugazione tra ricerca del benessere, del progresso, dello sviluppo con l’attenzione dovuta e necessaria verso i deboli e gli emarginati, come persone e come popoli, non significa un collocarsi - a priori - a destra o a sinistra, non significa prefigurare in modo statico una collocazione politica; significa invece cogliere la “dinamicità del contesto” sociale in funzione di un itinerario di “bene comune” di una nazione.

E non significa prefigurare una cultura politica o un progetto politico per sempre, fondato cioè su premesse ideologiche che con la loro staticità andrebbero a limitare un quadro evolutivo.

La”centralità” così come intesa non è la proposizione del “centro democristiano”, perché non presuppone un “partito di centro”; richiede una capacità di grande “flessibilità” non solo su versante progettuale ma anche sul piano della struttura, cioè del “contenitore”, del “luogo politico” che tramite un collante organizzativo favorisce e rende propositivo il presupposto dell’incontro tra domande sociali e risposte possibili nel dato tempo storico, vale a dire il connotato della sintesi politica.

Peraltro lo studio del comportamento politico nell’Occidente e anche di altri contesti, supporta la convinzione di chi ritiene che lo scontro politico, per il consenso della maggioranza, viene contestualmente aggiornato dalla capacità di cogliere gli umori della “centralità” nel contesto della nazione o delle nazioni. Vince chi interpreta al meglio la “centralità”. Perde chi si rende paladino di una “parte”, una categoria sociale o di un solo gruppo di interessi.

La “sintesi politica”, in funzione della “centralità”, è espressione di analisi sociali e politiche, di convinzioni culturali, emozioni, passioni.

Esprime tutte le potenzialità se la “mediazione” tra le varie istanze (analisi, culture, emozioni) presentano un chiaro riferimento a quelli che rappresentano i dati caratterizzanti di una qualità politica, se si rende evidente un obiettivo di fondo.

La questione riguarda la capacità di esaltare, per qualificare una sintesi politica, un obiettivo o un altro.

Se cioè il riferimento è il “mercato”, l’interesse di una corporazione, il potere dei più forti o , al contrario, il riferimento è la “persona”, la sua dignità, il bene comune, l’attenzione verso i deboli e gli indifesi. Se è l’etica il valore-guida o se invece ciò che predomina è il dominio di un gruppo su altri gruppi.

Dai due approcci, derivano le modalità di come praticare la “modernizzazione” del Paese, di come replicare alle sfide della competitività, di come impostare il welfare, l’organizzazione dello Stato.

E da essi discende una logica di alleanze tra”affini, tra aree culturali, tra ceti, realtà che condividono, per quanto possibile, una concezione della vita e della storia.

E da essi deriva una modalità di essere “contenitore” (il luogo dove nasce la sintesi) che, per quanto considerato, non può essere impostato come “partito”, la struttura che omologa, che condiziona il tutto ad una “tessera”, soprattutto in funzione degli “organizzatori delle tessere”, una realtà che si ritiene più determinante dei “contenuti”, che rende burocratico e statico un percorso.

La ”centralità”, con la sua flessibilità e dinamicità, trova una replica efficace mediante l’organizzazione di “aree politiche”, di un’area politica” - per i vari modi di praticare la “centralità - per permettere alle varie sensibilità culturali di coesistere, dinamicamente, con l’esigenza di riconoscersi, in ultima istanza, in una sintesi politica, per il governo del Paese e della città.

E’ da prevedere, di conseguenza, e senza voler generalizzare, un’area politica per gli “affini” che ritengono prioritario il “mercato” e un’area politica per gli “affini” che ritengono prioritaria la “persona” e la solidarietà tra persone e tra popoli.

Sono le due realtà, le due “aree”, che possono da una parte dare rappresentanza ad un modo di leggere la “centralità” e dall’altra chiedere consenso per governare il Paese, operando nel contempo insieme per una legge elettorale che preveda e favorisca governi di legislatura.

L’organizzazione della vita politica tramite “aree” permette anche alle minoranze di concorrere alle definizione di programmi perché solo i “partiti unici” tendono alla loro esclusione e/o marginalizzazione. Dove tuttavia le minoranze, garantiti i loro diritti, devono saper accettare i doveri e cioè l’accettazione dei vincoli posti da maggioranze democratiche.

Nella previsione di uno “scontro” politico al “centro”, per conquistare la “centralità”, è evidente che emerge il problema di ridisegnare una linea culturale, per qualificare culturalmente le “due aree”.

Si tratta di praticare una vera e propria rivoluzione culturale. Soprattutto se il confronto avviene nel contesto italiano, dove la “politica” sembra morire di asfissia; se si pensa che in questi mesi tutto sembra girare intorno al dibattito sul “partito della destra”. Un confronto su “contenitori”. Mentre è più che ovvio che il dibattito va portato sulla cultura e sulla cultura politica. Quindi oggi la sfida per la novità è tra chi propone nuove sigle e chi opera per una nuova politica.

 

Corrado Tocci


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