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Dalla miopia al declino: la lettera dei Vescovi e il cortocircuito di uno Stato assente

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Dalla miopia al declino: la lettera dei Vescovi e il cortocircuito di uno Stato assente

di Nadia Falcone

L’appello diffuso dai Vescovi delle diocesi del Mezzogiorno non è una semplice nota pastorale, né una generica invocazione alla solidarietà. È soprattutto un lucido e forte atto di accusa contro una politica nazionale rimasta vittima di un’anacronistica logica di rassegnazione.

Per decenni, le istituzioni hanno trattato i territori dell’Appennino e le aree interne come zone “a perdere”: un patrimonio marginale da gestire esclusivamente attraverso la logica del sussidio a pioggia e dell’elemosina di Stato.

Il risultato di questa totale assenza di visione è sotto gli occhi di tutti: desertificazione umana e sociale, chiusura dei presìdi sanitari, smantellamento delle scuole e una fuga giovanile che ha ormai assunto i contorni di una vera emorragia demografica.

Spezzare il circolo vizioso

La lettera dei Vescovi richiama con forza la necessità di spezzare questo circolo vizioso, mettendo a nudo il fallimento di un’azione pubblica incapace di programmare.

Esorta il mondo politico a riassumere un ruolo centrale nella strategia della Nazione, ponendo l’attenzione sulla necessità di riconoscere alle aree interne il loro ruolo naturale: la vera ossatura dello Stato, una spina dorsale dalla quale partono – e devono partire – le iniziative di salvaguardia del territorio e di sviluppo economico.

Le aree interne non sono un peso sociale, ma un’opportunità di sviluppo per l’intero Paese.

Le aree interne hanno da sempre rappresentato l’economia reale e la “socialità del fare”.

Le attività legate alla terra e alle campagne, sottoposte al ritmo dei cicli stagionali, costituiscono il primo barometro del cambiamento climatico e della tenuta idrogeologica. Riconoscere questo ruolo significa dotare questi territori degli strumenti necessari per intervenire e affrontare concretamente i problemi.

Il richiamo storico dei monasteri

Il grido d’allarme della Chiesa fa sorgere una naturale analogia storica con la vita dei monasteri medievali.

All’indomani del crollo dell’Impero Romano, quando le istituzioni politiche vennero meno e le campagne caddero nell’abbandono, la Chiesa supplì a quel vuoto che generava dissesto economico e sociale.

I monasteri, attraverso una sapiente organizzazione, divennero vere e proprie fucine economiche e sociali, nonché motori produttivi posti a salvaguardia delle comunità.

Oggi sembra riproporsi la medesima dinamica: dove la politica si mostra miope e incapace, gli uomini di buona volontà si trovano costretti a supplire alle carenze pubbliche.

Il riscatto delle aree interne

Eppure, non si può delegare all’infinito. Occorre uno sforzo comune, sostenuto da una nuova responsabilità e da una visione strategica del futuro. Il riscatto delle aree interne non è più rinviabile.

Per compiere questo passo occorre una maturità politica capace di superare le divisioni di parte e le contrapposizioni ideologiche, ritrovando una regia strategica e unitaria.

È questo il punto di svolta.

I campanilismi esasperati e la frammentazione amministrativa hanno spesso trasformato i piccoli comuni in isole separate, incapaci di fare rete e di intercettare risorse importanti.

Una chiamata alla maturità politica

La sfida lanciata dai Vescovi non è, dunque, una richiesta di elemosina statale, ma una chiamata alla maturità politica.

Riconoscere il valore delle aree interne significa comprendere che l’Italia non può salvarsi a metà: senza la spina dorsale dei suoi territori interni, anche i grandi centri urbani sono destinati a collassare sotto il peso dell’iperurbanizzazione e del degrado ambientale.

Salvare le aree interne significa, in definitiva, salvare l’idea stessa di Paese.

Nadia Falcone


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