Intervista a Roberto Galanti di Corrado Tocci
Il settore dell’autotrasporto in Italia muove oltre l’85[%] delle merci sul territorio nazionale e rappresenta il vero motore della logistica. Tuttavia, sta vivendo una complessa fase di transizione, sospesa tra criticità strutturali e opportunità di ammodernamento.
A questo riguardo intervistiamo Roberto Galanti, segretario nazionale di PMIA Autotrasporto Unilavoro.
Roberto Galanti: La carenza drammatica di autisti rappresenta l’emergenza numero uno. Mancano decine di migliaia di conducenti a causa dell’invecchiamento anagrafico della categoria, delle gravose condizioni di lavoro e degli elevati costi necessari per conseguire le patenti professionali.
Margini di guadagno ridotti al minimo.
I costi di carburante, manutenzione, pedaggi ed energia assorbono una quota rilevante dei ricavi, riducendo la marginalità operativa delle imprese a percentuali spesso vicine al 2-3[%].
Polverizzazione del mercato.
In dieci anni si è perso quasi il 30[%] delle imprese di autotrasporto. Prevalgono le piccole e microimprese, un assetto che rende complicata la gestione economica delle flotte e riduce la forza contrattuale nei confronti della committenza.
Rallentamenti operativi e attese non retribuite.
I lunghi tempi di attesa durante le fasi di carico e scarico presso i nodi logistici, insieme alle congestioni stradali, incidono negativamente sulla produttività quotidiana.
Roberto Galanti: Occorre intervenire su diversi fronti.
Digitalizzazione ed efficienza.
L’adozione di soluzioni software avanzate, dalla gestione delle flotte alla telematica, e l’ottimizzazione dei flussi consentono di ridurre i viaggi a vuoto e migliorare l’integrazione con la filiera logistica.
Incentivi e sostegni pubblici.
Occorrono misure mirate, come il credito d’imposta sul carburante o gli interventi sul cuneo fiscale, capaci di fornire un sostegno alle imprese schiacciate dall’aumento dei costi operativi.
Riforma della formazione e nuove assunzioni.
Stanno aumentando i progetti di formazione agevolata, gli accordi bilaterali e l’ingresso di giovani e conducenti stranieri adeguatamente formati, con l’obiettivo di colmare il vuoto generazionale.
Roberto Galanti: La graduale introduzione di veicoli alimentati con HVO, biometano o energia elettrica sta aprendo strade concrete verso una flotta più sostenibile nel medio e lungo periodo.
L’autotrasporto italiano non sparirà, perché rappresenta un’infrastruttura vitale per il Paese, ma cambierà radicalmente assetto.
Il settore dell’autotrasporto in Italia sta vivendo una profonda trasformazione. La sensazione che “il sistema stia crollando” deriva da una crisi strutturale senza precedenti: negli ultimi anni migliaia di piccole imprese e padroncini hanno chiuso i battenti e il segmento monoveicolare ha subìto una contrazione superiore al 40[%] nell’ultimo decennio.
Se da un lato le merci continuano a viaggiare e la domanda non è diminuita, dall’altro il modello storico dell’autotrasporto italiano non è più sostenibile.
Roberto Galanti: Le motivazioni sono diverse.
1. Esplosione dei costi operativi
L’aumento del costo del carburante, il progressivo taglio dei rimborsi sulle accise per i veicoli meno recenti, l’incremento dell’1,5[%] dei pedaggi autostradali e il rincaro dei costi di manutenzione, stimato intorno al 30[%], hanno ridotto i margini di guadagno fino al 2-3[%].
2. Carenza strutturale di autisti
Manca personale e il ricambio generazionale è quasi fermo. Nonostante le retribuzioni siano aumentate per le tratte più lunghe, le condizioni di vita gravose e la rigidità dei turni continuano ad allontanare i giovani.
3. Transizione ecologica e flotta obsoleta
Le normative europee richiedono veicoli a basse emissioni, ma un camion elettrico o alimentato con carburanti alternativi costa notevolmente di più. Questo crea un blocco degli investimenti, soprattutto per le piccole imprese.
4. Frammentazione ed erosione delle tariffe
Per decenni il settore si è basato sul modello monoveicolare. La committenza ha continuato a comprimere i prezzi, rendendo estremamente difficile accumulare risorse per chi possiede soltanto uno o due camion.
Roberto Galanti: L’autotrasporto italiano non sparirà, essendo un’infrastruttura vitale per il Paese, ma cambierà radicalmente assetto.
Riconfigurazione e concentrazione del mercato.
Stiamo assistendo al passaggio da una miriade di piccole ditte individuali a grandi gruppi strutturati e consorzi di rete. Oggi poco più dell’1[%] delle aziende gestisce oltre il 30[%] dei mezzi circolanti. Riesce a sopravvivere chi raggiunge dimensioni sufficienti per abbattere i costi fissi.
Intermodalità strada-ferro-mare.
L’autotrasporto non potrà più gestire da solo gli spostamenti da un punto all’altro sulle lunghe tratte. L’obiettivo è trasferire le lunghe distanze sulla ferrovia o sulle navi, lasciando ai camion l’ultimo miglio e la distribuzione regionale.
Pianificazione digitale dei carichi.
La riduzione dei viaggi a vuoto, attraverso algoritmi di ottimizzazione, logistica integrata e tracciamento in tempo reale, rappresenta un elemento indispensabile per recuperare marginalità.
Valorizzazione del ruolo dell’autista.
L’unico modo per evitare il blocco del Paese è migliorare la qualità della vita di chi guida, garantendo aree di sosta dignitose, automazione delle procedure relative a documenti e dogane e turni più equilibrati.
Roberto Galanti: Come osservato durante i periodi di sciopero o di emergenza, la paralisi dell’autotrasporto avrebbe conseguenze sull’intera società nell’arco di pochissime ore.
Entro 24 ore: interruzione della consegna di beni deperibili, come latte, pane e prodotti ortofrutticoli freschi, e blocco delle catene di montaggio organizzate secondo il modello “just in time”.
Entro 48 ore: esaurimento delle scorte di carburante presso le stazioni di servizio e progressivo svuotamento degli scaffali dei supermercati.
Entro 72 ore: rischio di emergenza sanitaria per la carenza di presìdi e farmaci negli ospedali, oltre a difficoltà nella gestione dei rifiuti urbani.
L’autotrasporto rimarrà il pilastro logistico dell’Italia, ma il futuro appartiene a un settore più aggregato, digitalizzato e integrato con le altre modalità di trasporto.
L’aumento dei costi del carburante e delle accise rappresenta una delle sfide più critiche per le piccole aziende di autotrasporto italiane. A differenza dei grandi gruppi strutturati, i piccoli vettori affrontano questo scenario con margini operativi ridotti e una scarsa forza contrattuale.
Roberto Galanti: L’impatto negativo riguarda diversi aspetti.
1. Compressione diretta dei margini
Il gasolio rappresenta circa il 25-30[%] dei costi operativi complessivi di un’azienda di trasporto. Un aumento non compensato del prezzo al litro intacca immediatamente il margine di profitto, spesso riducendolo a zero o portando la singola corsa in perdita.
2. Asimmetria nel recupero delle accise
In Italia è previsto un rimborso parziale delle accise sul gasolio soltanto per i veicoli industriali con massa complessiva pari o superiore a 7,5 tonnellate e appartenenti alla categoria Euro 5 o superiore.
3. Tempi di recupero
Il credito viene recuperato con cadenza trimestrale. L’impresa è quindi costretta ad anticipare la spesa, subendo una pressione costante sulla propria liquidità.
4. Mezzi esclusi
I veicoli più piccoli, con massa inferiore a 7,5 tonnellate, e i camion più datati non beneficiano del recupero. Questo penalizza soprattutto i padroncini e le microimprese con flotte non aggiornate.
5. Difficoltà nel trasferire i maggiori costi alla committenza
Nonostante la normativa preveda una clausola di adeguamento al costo del carburante, applicarla concretamente risulta complesso per una piccola impresa. La forte concorrenza e il potere contrattuale dei grandi committenti spesso costringono il piccolo autotrasportatore ad assorbire il maggior costo pur di non perdere la commessa.
6. Pressione sulla liquidità e sul capitale circolante
Oltre al costo diretto del gasolio, l’IVA del 22[%], calcolata anche sull’importo dell’accisa, genera un effetto di “tassa sulla tassa”. Il carburante viene pagato a breve termine o al momento del rifornimento, mentre i compensi della committenza vengono spesso incassati dopo 60, 90 o 120 giorni. Questo sfasamento temporale provoca frequenti crisi di liquidità.
Roberto Galanti: In Italia oltre l’80[%] delle merci viaggia su gomma. Un blocco prolungato dei camion paralizzerebbe l’intero Paese nel giro di poche giornate.
Se i mezzi pesanti dovessero fermarsi, lo scenario si svilupperebbe in diverse fasi, determinando un progressivo coinvolgimento dei beni di prima necessità e delle principali filiere industriali.
1. Crollo della filiera alimentare e della grande distribuzione
Entro 48-72 ore si esaurirebbero nei supermercati i beni freschi e deperibili, come latte, carne, frutta, verdura e latticini. Nell’arco di 3-5 giorni inizierebbero a scarseggiare anche i prodotti a lunga conservazione, come scatolame, pasta e farina, anche a causa degli acquisti d’impulso e dell’accaparramento da parte dei consumatori.
2. Crisi energetica e dei carburanti
Le stazioni di servizio urbane e autostradali esaurirebbero benzina e gasolio nell’arco di 2-4 giorni, a causa delle scorte limitate disponibili presso i distributori. Ne deriverebbe il rischio di blocco della mobilità privata e del trasporto pubblico locale, con conseguenze dirette per lavoratori, soccorsi e servizi essenziali.
3. Emergenza sanitaria e farmaceutica
Gli ospedali dipendono da consegne quotidiane organizzate secondo il modello “just in time” per farmaci salvavita, gas medicali, sacche di sangue e materiali monouso. Nonostante le norme sugli scioperi nei servizi pubblici essenziali garantiscano contingenti minimi, eventuali ritardi nella catena del freddo e nella distribuzione potrebbero causare gravi criticità nei presìdi sanitari.
4. Paralisi dell’industria e dell’esportazione
Le fabbriche manifatturiere e automobilistiche sarebbero costrette a sospendere la produzione per la mancanza di componenti e per l’impossibilità di trasferire i prodotti finiti nei magazzini. Porti, interporti e terminal merci rimarrebbero congestionati dai container, bloccando progressivamente le attività nazionali di importazione ed esportazione.
L’autotrasporto è un’infrastruttura vitale per l’Italia: il suo futuro passa attraverso aggregazione, innovazione digitale, sostenibilità e una maggiore valorizzazione del lavoro degli autisti.
Intervista a Roberto Galanti
A cura di Corrado Tocci
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