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Con la chiusura delle botteghe artigiane, l'Italia perde la propria eccellenza

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Con la chiusura delle botteghe artigiane, l'Italia perde la propria eccellenza

di Nadia Falcone

Prima di diventare il grande Made in Italy che incanta il mondo — prima dei marchi del lusso, del design industriale e dell’alta cucina — la nostra eccellenza era anzitutto questo: la capacità sapiente di una comunità locale di rispondere ai bisogni del proprio territorio con le mani e con le materie prime disponibili.

L’alta moda, il design d’avanguardia e l’enogastronomia stellata italiana non sono nati soltanto nei laboratori di ricerca delle metropoli, ma anche nei vicoli e nelle botteghe dei piccoli borghi. Queste eccellenze sono figlie dirette di una cultura artigianale e contadina che ha saputo trasformare il limite in risorsa e il dettaglio in bellezza.

Dimenticare le basi territoriali e storiche da cui tutto è partito significa recidere la vera forza propulsiva verso il futuro.

Quando in un centro delle aree interne chiude l’ultima bottega, a perdere non è soltanto il borgo: perde l’intero ecosistema dell’eccellenza italiana.

Un patrimonio riconosciuto anche dalla legge

Anche sul piano normativo è cresciuta l’attenzione verso questo patrimonio. La legge 27 dicembre 2023, n. 206, recante «Disposizioni organiche per la valorizzazione, la promozione e la tutela del Made in Italy», valorizza le competenze connesse alle eccellenze produttive italiane e ha istituito il Liceo del Made in Italy, anche nella prospettiva del passaggio generazionale.

A essa si affiancano la legge 12 settembre 2025, n. 131, dedicata al riconoscimento e alla promozione delle zone montane, e la legge 6 ottobre 2017, n. 158, a sostegno e valorizzazione dei piccoli comuni. Nel loro insieme, queste norme rafforzano l’attenzione verso i territori interni, le attività economiche locali, i prodotti tipici e il patrimonio storico e culturale.

Tre esperienze territoriali che indicano una strada

In Italia non mancano esempi capaci di dimostrare come il recupero dell’artigianato locale possa diventare un’esperienza di valore culturale e di sviluppo economico.

Sambuca di Sicilia, in provincia di Agrigento. Il riscatto è passato anche dalla riattivazione dei cantieri della tradizione, mostrando come il restauro del patrimonio architettonico storico possa diventare una scuola di vita e di lavoro per una nuova generazione di maestranze locali.

Santo Stefano di Sessanio, in provincia dell’Aquila. È un esempio vivo di come il recupero della pietra e delle filiere storiche, come la tessitura della lana, possa trasformare un borgo in un ecosistema economico vitale e attrattivo.

Cibiana di Cadore, in provincia di Belluno. Il paese valorizza l’identità legata agli antichi mestieri del ferro battuto e del legno, trasformando la memoria in un presidio permanente contro l’oblio.

Dai casi virtuosi a un modello di sviluppo

Questi esempi, nati da comunità resilienti e dalla consapevolezza del valore della propria cultura territoriale, rappresentano un patrimonio e un motivo di orgoglio su cui investire. È necessario fare in modo che non restino casi isolati, affidati alla volontà di una singola generazione, ma diventino parte di un sistema stabile di sviluppo capace di tutelare la cultura dell’artigianato in Italia.

Sostenere l’artigianato nei piccoli comuni significa proteggere la matrice stessa dell’identità e dell’economia italiana.

Per questo la politica locale e nazionale deve lavorare in modo coeso, con una visione comune e un progetto di lungo periodo.


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