Il lavoro torna al centro delle politiche pubbliche nella società post globalizzazione. Oggi intervistiamo la d. sa Anna Tancredi che ha dedicato la sua vita professionale a questa tematica. Anna Tancredi, consulente, si occupa di analisi e sviluppo organizzativo, gestione e sviluppo delle risorse umane, formazione, sistemi di valutazione e change management. Ha maturato una lunga esperienza nella consulenza a organizzazioni pubbliche e private, con particolare riferimento all’innovazione dei modelli organizzativi e di gestione delle risorse umane. Dal 2014 collabora con INDIRE. È stata docente universitaria a contratto in Psicologia del lavoro e delle organizzazioni.
D. Perché il rapporto tra lavoro e formazione è tornato ad essere una questione di interesse nazionale ?
R. Il sistema formativo italiano è articolato tra Stato, Regioni, scuola, IeFP, ITS Academy, università, formazione continua, servizi per il lavoro e fondi interprofessionali.
Questa pluralità può essere una risorsa, ma diventa un limite quando dati, classificazioni, standard e criteri di valutazione non dialogano tra loro.
Il livello regionale rimane essenziale, perché molte decisioni operative sulla formazione professionale sono programmate e attuate dalle Regioni.
Ma proprio per questo serve un’infrastruttura nazionale comune: non per centralizzare l’offerta, bensì per rendere confrontabili i segnali, interoperabili le qualificazioni e verificabili gli esiti tra territori.
I grandi trend hanno infatti una dimensione nazionale ed europea: invecchiamento e riduzione della popolazione attiva, immigrazione, transizione verde, diffusione diseguale delle tecnologie, crescita dei servizi di cura e progressiva trasformazione dei task professionali. Le previsioni Excelsior 2025-2029 stimano oltre 3,7 milioni di fabbisogni occupazionali; una quota rilevante dipende dal ricambio generazionale, non dalla nascita di nuovi mestieri. Cedefop, su un orizzonte più lungo, ha stimato per l’Italia che la grande maggioranza delle future opportunità deriverà dalla domanda di sostituzione per pensionamenti e altre assenze. Questo rende poco utile una lettura limitata ai soli “nuovi lavori”.
D. Come possiamo utilizzare meglio i dati per programmare meglio la formazione ?
R. Nessuna fonte, da sola, può stabilire quale corso debba essere finanziato o quale professione vada promossa. Il valore nasce dalla triangolazione: fonti diverse rispondono a domande diverse e devono essere lette insieme.
La regola dovrebbe essere semplice: prima di trasformare un dato in offerta formativa, occorre verificare se il segnale descrive un fabbisogno strutturale, una difficoltà temporanea di reperimento, un ricambio generazionale, una trasformazione dei task oppure soltanto un’aspettativa delle imprese.
D. Quanto sono davvero attendibili le classifiche delle “professioni del futuro”?
R. Le graduatorie dei mestieri destinati a crescere o scomparire hanno grande efficacia comunicativa, ma un valore predittivo più limitato di quanto suggerisca il loro formato. Molti report internazionali rilevano aspettative di datori di lavoro o esperti: informazioni importanti, ma diverse da una previsione validata ex post.
Si possono individuare tre criticità. Primo: le tassonomie cambiano nel tempo e rendono difficile verificare se una competenza sia davvero cresciuta oppure sia stata rinominata o riaggregata. Secondo: la convergenza tra più report non implica necessariamente una validazione indipendente; White, Saleem, Dhuey e Perlman (2023), analizzando 234 rapporti sulle competenze del XXI secolo, rilevano una forte circolazione degli stessi riferimenti e delle stesse categorie. Terzo: esposizione tecnologica, domanda, disponibilità di persone e difficoltà di reperimento sono fenomeni distinti.
Per il sistema formativo la conseguenza è decisiva: una classifica non dovrebbe mai generare automaticamente corsi e percorsi o definire i contingenti da formare. Dovrebbe funzionare come un segnale da verificare con dati nazionali, territoriali e settoriali, insieme agli esiti dei percorsi già finanziati.
D. Come si passa dai dati a percorsi formativi realmente efficaci ?
R. Per progettare formazione efficace occorre avere il coraggio di superare l’equazione “una professione = un corso”.
La stessa combinazione di interessi e capacità può essere utilizzata in mestieri e settori differenti; nello stesso tempo, professioni con nomi diversi possono condividere molti compiti e competenze.
Atlante del Lavoro e delle Qualificazioni, Repertorio nazionale ed ESCO offrono già una base per collegare attività, competenze e qualificazioni.
Il salto di qualità consiste nell’usare questi strumenti non soltanto per classificare l’offerta, ma per progettare percorsi modulari e aggiornabili.
Un percorso diventa così meno fragile rispetto al cambiamento tecnologico: non prepara soltanto a una mansione contingente, ma costruisce un nucleo professionale riconoscibile, capacità trasferibili e possibilità di aggiornamento più rapido.
D. Papa Leone XIV nella Enciclica “Magnifica humanitas” ci raccomanda di essere vigili nelle applicazioni della I A riguardo al rispetto della persona, perché, parlando di I A, esposizione e assimilazione non sono la stessa cosa?
R. La formazione sull’intelligenza artificiale è un caso esemplare. Sapere che una professione è teoricamente esposta all’IA non dice quanto rapidamente quella tecnologia verrà effettivamente incorporata nei processi di lavoro. La capacità di adozione dipende da dimensione organizzativa, investimenti, qualità dei dati, infrastrutture, competenze interne, procurement, governance e disponibilità manageriale a ridisegnare i processi.
Non serve un unico corso di “IA per tutti”. Dove la maturità è alta servono integrazione nei processi, governance dei dati, supervisione e ridisegno del lavoro; dove è bassa servono prima alfabetizzazione digitale, qualità dei dati, capacità organizzativa e competenze di base. Altrimenti la formazione rischia di anticipare un contesto che non è in grado di utilizzare ciò che viene insegnato.
D. Come formare per il lavoro senza perdere di vista il “buon lavoro” ?
R. L’efficacia di un percorso non può essere misurata soltanto dal numero di persone occupate dopo il corso. Nel 2024 il 10,2[[%]] degli occupati italiani risultava a rischio di povertà, contro l’8,2[[%]] nell’Unione europea. Il dato ricorda che occupazione e benessere non coincidono automaticamente.
La qualità del lavoro comprende almeno retribuzione, sicurezza, stabilità, orari, autonomia, possibilità di utilizzare e sviluppare le proprie competenze, relazioni e prospettive di crescita. Questa prospettiva è coerente con il framework OECD sulla job quality e con una visione della formazione che non riduca la persona a una risorsa da collocare.
Per questo i sistemi di valutazione dovrebbero seguire gli esiti a 3, 6 e 12 mesi e, quando possibile, osservare non solo il placement ma anche coerenza tra formazione e lavoro, continuità occupazionale, progressione, condizioni contrattuali e utilizzo effettivo delle competenze.
Il monitoraggio INDIRE degli ITS Academy offre un esempio della direzione da seguire: per i percorsi conclusi nel 2023, l’84[[%]] dei diplomati risultava occupato entro dodici mesi e, tra gli occupati, il 92,9[[%]] svolgeva un lavoro coerente con il percorso. È il tipo di informazione che dovrebbe diventare più sistematico e confrontabile tra filiere e percorsi, con le necessarie cautele metodologiche.
Intervista a Anna Tancredi
di Corrado Tocci
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