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Il rivivere come famiglia “Patriarcale”

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Il rivivere come famiglia “Patriarcale”

Intervista alla professoressa Rossana Contessi a cura di Corrado Tocci

Durante il periodo del Covid, il ritorno a casa di una figlia con i suoi bambini ha trasformato la convivenza di più generazioni in una piccola comunità. Dalle difficoltà iniziali è nato un nuovo equilibrio, fondato sul rispetto, sulla collaborazione e sulla presenza quotidiana.

Com’è iniziata la vostra esperienza di convivenza e quali sono state le difficoltà maggiori all’inizio?

Durante il periodo del Covid, per motivi legati alla gestione della famiglia, mia figlia con i suoi bambini è venuta a vivere a casa nostra. I primi tempi, lo ammetto, sono stati disastrosi. Avevamo abitudini molto diverse, nonostante mia figlia fosse uscita di casa solamente pochi anni prima. Il disordine, la disorganizzazione e i conflitti, perfino sulle cose più semplici, la facevano da padrone.

Ma le difficoltà non riguardavano soltanto la gestione quotidiana. C’era anche una forte conflittualità affettiva. Mia figlia aveva scelto tempo prima di andare a vivere con il suo compagno, allontanandosi anche fisicamente dalla famiglia, forse proprio per non dover affrontare quei dissidi e quelle emozioni che possono nascere anche all’interno di una famiglia molto unita. Poi quella relazione è finita e lei è tornata a casa con i bambini.

Il ritorno di tua figlia ha cambiato anche il vostro rapporto madre-figlia?

Sicuramente. La conflittualità affettiva si manifestava soprattutto come un’invasione reciproca degli spazi, senza il necessario rispetto dei nuovi ruoli. Io vedevo mia figlia come una donna adulta che aveva scelto autonomamente di uscire di casa e che ora doveva assumersi le proprie responsabilità. Lei, invece, probabilmente continuava a vedermi come la “mammina” pronta ad accoglierla nuovamente, nonostante gli errori, anche importanti, che aveva commesso e le cui conseguenze coinvolgevano anche i suoi bambini.

È stato necessario imparare a guardarci in modo diverso: non più soltanto come madre e figlia, ma come due donne adulte chiamate a condividere nuovamente spazi, responsabilità e vita quotidiana.

Come siete riusciti, nel tempo, a trovare un nuovo equilibrio familiare?

Con il tempo, la nostra famiglia, composta allora da sei persone, si è trasformata in una sorta di piccola comunità. Abbiamo imparato a organizzare ogni cosa quasi come nel meccanismo di un orologio svizzero. Abbiamo seguito maggiormente i bambini nelle loro attività e organizzato la vita di tutti in modo da diventare, quando necessario, quasi intercambiabili.

Turni, orari, sport, catechismo, lavoro, impegni personali, perfino andare a messa: tutto è stato organizzato nei minimi particolari per consentire a ciascuno di mantenere la propria autonomia.

Due anni fa mio figlio ha deciso di andare a vivere per conto proprio. La sua scelta ha liberato non soltanto uno spazio fisico, ma anche una sorta di “spazio emotivo”.

Prima, i due fratelli tendevano ancora a fronteggiarsi come quando erano bambini, quasi alla ricerca dell’attenzione e dell’affetto dei genitori. Dopo la sua uscita di casa, la tensione si è allentata e abbiamo riconquistato maggiore serenità.

Com’è oggi la vostra vita insieme e che cosa pensi vi abbia insegnato questa esperienza?

Oggi viviamo ancora insieme, ma con una consapevolezza e un rispetto reciproco molto maggiori. Cerchiamo di aiutarci dove possibile e credo che questa esperienza abbia sviluppato in tutti noi soprattutto due qualità: la resilienza e la capacità di collaborare.

Siamo diventati, per certi aspetti, una famiglia “di altri tempi”. Noi nonni possiamo godere ogni giorno della vitalità dei nostri nipoti e, nello stesso tempo, accompagnare i nostri figli nel loro percorso lavorativo, mentre guardiamo la nostra vita avvicinarsi al meritato pensionamento.

Credo che noi adulti siamo molto fortunati. La vita ci ha concesso qualcosa che oggi molte persone non possono nemmeno immaginare e che, invece, cento anni fa era del tutto normale: più generazioni che vivono insieme, condividendo concretamente la quotidianità.

Se dovessi spiegare ai giovani che cosa hai imparato sull’amore e sulla famiglia da questa esperienza, che cosa diresti?

Direi che viviamo nell’epoca dell’intelligenza artificiale e dell’ipercomunicabilità, ma paradossalmente facciamo sempre più fatica a comunicare davvero. In mezzo a tutto questo, nella nostra casa esiste una piccola isola in cui le persone continuano a guardarsi in viso ogni giorno e, soprattutto, continuano a sorridersi.

“Buongiorno, nonno!”

“Bentornata, mamma!”

“Zio, mi sei mancato!”

“Nonna, oggi a scuola i bambini ti hanno fatto arrabbiare?”

Sono frasi semplicissime, ma forse è proprio questa la ricchezza più grande: esserci nella vita quotidiana gli uni degli altri.

E ai giovani augurerei proprio questo: che possano conoscere il valore e il piacere dell’amore vero. Non quello perfetto, perché una famiglia perfetta non esiste, ma quello capace di attraversare conflitti, errori e cambiamenti e, nonostante tutto, continuare a scegliersi.


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