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I Giovani e la Partecipazione

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I Giovani e la Partecipazione

Intervista di Corrado Tocci al dottor Luigi Gerbino da sempre impegnato nel sociale, nel sindacale, nell’economico e nel politico a livello territoriale.

D. L’insofferenza delle nuove generazioni a questo tipo di società comincia a manifestarsi, l’isolamento, il non sentirsi parte del sistema comincia a “stargli stretto”?

R. Interrogarci su questo binomio sembra a prima vista un’impresa ardua, ma proverei anzitutto ad iniziare dal significato del termine partecipazione; etimologicamente rimanda al prender parte, al sentirsi parte di un insieme che spazia dal piccolo gruppo all’umanità intera, dal locale al globale.

Se ci sentiamo parte di qualcosa che ci supera ma che ci mette in relazione con le altre persone e che ci completa arricchendoci con la scoperta delle diversità altrui, il passaggio successivo implica che vale la pena impegnarci per qualcosa che ci tocca nel profondo: don Lorenzo Milani affermava che:

“Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è “politica”. Sortirne da soli è avarizia”. (Lettera a una professoressa).

“Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande ‘I care’. E’ il motto intraducibile dei giovani americani migliori. ‘Me ne importa, mi sta a cuore.’ E’ il contrario del motto fascista ‘Me ne frego’”. (Lettera ai giudici).

Queste affermazioni di 60 anni fa scaturivano dall’esperienza della scuola di Barbiana che don Milani condusse in un posto sperduto di contadini e pastori, oggi si usa dire “sfigato” con termine offensivo e sprezzante, ma proprio lì si sviluppò un’esperienza di crescita comune con i giovani di quel territorio, i quali – grazie ad un approccio pedagogico unico – impararono a sentirsi parte di una comunità in grado di abbracciare il mondo, ad utilizzare il senso critico per compiere le proprie scelte e a non essere sudditi di nessuno.

D. Ci sono punti di vista diversi su quel periodo storico, Lei cosa pensa al riguardo?

R. In quegli anni furono proprio i giovani a mettere in discussione l’assetto delle società occidentali, partendo dalla ribellione negli USA contro la guerra in Vietnam per poi dare vita, in vari Paesi europei, alle ribellioni che hanno caratterizzato il 1968 ed il decennio successivo, segnando uno spartiacque fondamentale: da allora in poi i giovani sono diventati soggetto attivo della società, con cui fare i conti sempre.

Ma il sistema si è allarmato ed ecco che l’occidente è stato invaso da fiumi di sostanze stupefacenti, prodotte e commercializzate senza dubbio da holding criminali in grado di presidiare l’intera filiera illecita in base ad un progetto spaventoso quanto globale e capillare. Si trattava di disinnescare il potenziale di cambiamento incarnato dalle nuove generazioni a costo di mietere centinaia di migliaia se non milioni di vittime.

D. Secondo la sua esperienza social politica quali sono gli antidoti che sono stati che hanno permesso che la partecipazione si assopisse?

R. In seguito il consumismo crescente ha individuato i giovani come un segmento di mercato estremamente appetibile, un vero e proprio “target” da bombardare con proposte sempre più invasive ad opera di veri e propri “persuasori occulti”: le grandi multinazionali dell’abbigliamento, dell’elettronica, insomma tutto ciò che fa “brand” e che plasma schiere di “uguali”, cioè di massificati e omologati, per citare un termine caro a Pier Paolo Pasolini.

D. Cosa pensa di quello che sta accadendo in Europa negli ultimi tempi?

R. Venendo ai giorni nostri, si è arrivati a considerare i giovani esclusivamente come un problema per la società, un fastidio incomprensibile le loro fragilità, che purtroppo spesso sono sfociate in atti violenti come le tante risse tra “baby gang” o le aggressioni individuali in ambiente scolastico; o - nel migliore dei casi - si parlava solo degli “sdraiati”, cioè dei giovani come bamboccioni chiusi in se stessi e chini sul proprio smartphone o tablet, parte di gruppi chiusi e apatici e lontani da qualsiasi attenzione al sociale o alla politica.

Eppure la complessità sociale covava dell’altro.

Abbiamo assistito negli ultimi anni a quello che potremmo definire un nuovo protagonismo giovanile, che si muove su temi molto concreti ma anche di ampio respiro: dal salario dignitoso e dal diritto alla casa che consentano di costruire un progetto di vita, alla forte istanza di un sistema formativo di qualità e non improntato a modelli pseudo aziendalisti e quindi ad un autentico diritto allo studio, al cambiamento di mentalità imposto dalla sofferenza climatica del pianeta, alla solidarietà con il popolo palestinese.

Naturalmente occorre distinguere tutto ciò da fenomeni quali i “black blok” o i “casseurs” – giovani anche loro – che s’infiltrano in manifestazioni del tutto pacifiche e ne stravolgono la natura provocando scontri e devastazioni e riducendo il diritto di manifestazione libera del pensiero ad una questione di ordine pubblico.

D. Lei da giovane ha fatto parte del movimento “Città per l’Uomo” sorto a Palermo su iniziativa di padre Bartolomeo Sorge s. j. , partendo da quella esperienza cosa pensa che accadrà nei prossimi mesi?

R. Il bello viene ora: se i modelli tradizionali della partecipazione politica fondati sulle sezioni territoriali dei partiti sono abbondantemente tramontati, se l’astensionismo ha raggiunto picchi tali da mettere in discussione la rappresentatività delle compagini elettive ai vari livelli, se le leggi elettorali impediscono la scelta dei candidati da parte degli elettori in quanto si persiste con le liste bloccate di fedelissimi scelti dalla leadership dei partiti, la nostra generazione evidentemente non vuole passare il testimone a chi viene dopo di noi.

Anzi, fa di tutto per tener distanti milioni di giovani che vorrebbero poter offrire il proprio contributo per costruire una partecipazione politica che consenta loro di poter contare nelle decisioni che riguardano il bene della comunità.

Se invece ci lasceremo mettere in discussione, se faremo entrare aria nuova, fresca e pulita nelle nostre stanze, se ci metteremo umilmente in ascolto aiutandoli a costruirsi la propria “cassetta degli attrezzi”, il proprio apparato critico di comprensione della realtà per realizzare vie nuove e soluzioni ai problemi drammatici che l’umanità si trova sempre più a fronteggiare, se sapremo far incontrare la dimensione della memoria che ci ricorda da dove veniamo e ci aiuta a vivere con consapevolezza il presente con la proiezione verso un futuro tutto da scrivere, avremo assolto con serietà il nostro compito generazionale nel tempo storico che ci è stato dato di vivere.


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